ANNA CAPPELLI

anna-cappelliAnna Cappelli

di Annibale Ruccello
regia di Fortunato Calvino
con Antonella Morea

Avvicinarsi con Anna Cappelli ad un autore come Annibale Ruccello, troppo presto scomparso, è stata un’avventura affascinante; scoprire come regista i mille significati e la profonda densità emotiva che si celano dietro le sue parole
è un dovuto omaggio ad uno scrittore che molto ha lasciato al teatro. Io credo che sia essenziale riproporlo poiché lo spazio teatrale è il giusto riconoscimento alla sua grandissima capacità di rappresentare con ironia e intelligenza gli aspetti drammatici di una società come l’attuale, troppo spesso violenta e priva di ideali.
Anna cappelli, il suo ultimo testo, è un’opera inquietante; all’origine vi è un fatto di cronaca: un giapponese uccide una giovane olandese e “ne mangia la sua carne”, ed inoltre un riferimento più preciso lo troviamo ne L’adorazione, libro di Jora Kara uscito un Italia nel 1985, in cui l’autore tenta, attraverso un carteggio con l’assassino, di ricostruire le situazioni che hanno determinato un così tragico epilogo. Tale antefatto è però in Anna Cappelli solo uno spunto; infatti Ruccello narra una sua storia di sentimenti, anzi di sensi, che giunge al parossismo: l’amore di chi divora il proprio amato assaporando il gusto dolciastro del più totale e completo possesso. Ciò che va sottolineato è il rito, un gesto che ha un sapore antico, “primitivo”, ma che scardina le convenzioni di un’epoca moderna per definizione nel momento in cui riemerge potente nel nostro subconscio.
E’ un monologo, ma palpabili si alterano sul palco gli “altri”, presenze assenti di una storia in cui Anna Cappelli vive con lucida follia ciò che il suo animo insaziabile sta meditando. Rispetto alla stesura originale ho preferito posporre i fatti, la protagonista ripercorre in flash-back i momenti di una così inquietante iniziazione e le sue parole fluiscono dense di significato, come un fiume in piena, e travolgono ogni senso comune per giungere infine alla purificazione.
Ciò che ho voluto evidenziare è soprattutto l’evoluzione psicologica del personaggio., la solitudine di una vita tenacemente attaccata al possesso delle cose come unico mezzo di auto affermazione.
(Fortunato Calvino)