CITTÀ ‘N BLUES


Città ‘n blues

testi di Stefano Benni
ideato, scritto, diretto e interpretato da Marcella Vitiello
musiche di Charles Minguse, Thelonous Monk
brani eseguiti da Billie Holiday, Ella Fitzgerald

In una città strana, piena di bassifondi e grattacieli, cinque storie vengono raccontate e interpretate: il bassista con una sola mano, la lady che canta il blues, il pianista nero, il poeta del jazz e, infine, la nota dissonante, l’uomo che cerca lavoro. Quale filo invisibile lega le cinque storie?
In una città sporca del sangue di rivolta, riecheggiante di musica nera e dei canti blues dei reietti, il legame profondo è però il silenzio. L’attimo di silenzio tra una nota e l’altra. Il silenzio che parla. Il silenzio che portano dentro tutti coloro che si ribellano. Tra le note di Thelonious Monk e Charles Mingus, che accompagnano le frasi poetiche di Stefano Benni, prendono vita storie di rivolta e di arte, di razzismo e repressione, di uomini e donne in lotta con l’esistenza e la società. Una lotta intima, cruenta e spesso disperata, passionale, fantasiosa e poetica, talvolta silenziosa ma determinata. E d’altra parte: «Hanno musiche di silenzio gli sguardi d’amore e la notte prima della battaglia».

Nato dall’idea di fondere e far reagire, come in una sorta di esperimento chimico/lisergico, musica e poesia, teatro e letteratura, narrazione e realtà, allucinazione onirica e vita disperatamente vissuta, arte e rivoluzione, Città ‘n blues vuole essere una partitura jazz dove la drammaturgia intesse un tappeto di parole e di suoni, che vanno a comporsi in una sorta di jam session scenica, per corpo/voce unico di attrice. Traendo ispirazione dalla concezione del teatro di un grande maestro del ‘900, quale fu Leo De Berardinis — cui la messinscena vuol tributare un umile omaggio —, lo spettacolo è costruito sulle architetture armoniche di Thelonious Monk e Charles Mingus, attraversato dalle voci blues di Billie Holiday ed Ella Fitzgerald. Città ‘n blues racconta la lacerante poesia dell’esistenza ai margini, che trova il suo urlo liberatorio nella musica, nella poesia e, dunque, nella finzione autentica di un linguaggio teatrale che sa farsi denuncia sociale e politica. Dove l’alto e il basso, l’aura e lo choc, la forma e l’emozione, si guardano, si inseguono, si incontrano, si scontrano, si lasciano e si ritrovano, per abbracciarsi in una scrittura scenica materica e lieve, fisica e impalpabile, come la musica, la danza, l’atto recitativo stesso, quando sa farsi presenza e assenza ad un tempo.